La storia del risotto allo zafferano

Secondo la leggenda, fu un maestro di colori che fece conoscere ai milanesi la più pittorica delle spezie. Era il 1574 e il maestro vetraio, che aveva l’incarico di portare a termine la vetrata di Sant’Elena, si avvaleva dei servizi di un lavorante soprannominato Zafferano.
Il nomignolo gli era stato appioppato perché, per impreziosire le aureole dei santi e i loro sontuosi vestiti, nel comporre il giallo aggiungeva anche un pizzico di zafferano, riuscendo a catturare un pallido riflesso degli impareggiabili splendori paradisiaci.

Risotto allo zafferano: una leggenda racconta com’è nato

Un giorno, durante una pausa per il pasto del mezzogiorno, trovandosi davanti alla ciotola colma di un pallido riso in bianco, un po’ per scherno e un po’ sul serio, il mastro vetraio, guardando il suo discepolo la cui tuta brillava di riflessi dorati, esclamò: “Va a finire che un giorno o l’altro metterai il tuo zafferano perfino nel risotto”.
Trascorse un anno e la figlia del vetraio andò sposa a un facoltoso commerciante. Durante il banchetto nuziale, davanti alla folla degli invitati, si presentarono in sala quattro valletti portando sulle spalle un gigantesco paiolo colpo di piccoli grani che in un primo momento parvero ai convitati essere come dei preziosi granelli d’oro. E il loro stupore fu ancora maggiore quando si accorsero che erano chicchi di riso colorati dallo zafferano, dono di nozze del discepolo ‘Zafferano” al suo maestro in occasione delle nozze della figlia. Il successo del nuovo piatto fu così strepitoso che ben presto tutta la città di Milano non parlò d’altro. E da quel momento lo sbiadito risotto in bianco scomparve dalle tavole dei milanesi.

Risotto allo zafferano: l’oro in tavola

Nel Rinascimento si adoperava autentica polvere d’oro per ornare i piatti della mensa dei principi. Gli alchimisti pensavano che l’oro avesse un benefico effetto su chi soffriva di malattie di cuore. Chi non poteva permettersi l’oro, pensò allora di ricorrere allo zafferano come valido sostituto. Così tutti potevano preparare piatti che, se non avevano la sostanza, almeno portavano in sé il colore dell’oro.